Cara community di MagFem,
oggi vi proponiamo un racconto disturbante, ma necessario. Adolescence è una miniserie Netflix che ci ha scosso nel profondo, spingendoci a riflettere e, soprattutto, ad agire. La serie ci mostra quanto sia fondamentale rompere il silenzio e iniziare a fare la differenza. Solo così potremo cambiare il corso della storia.
La serie, divisa in quattro puntate, racconta il femminicidio attraverso una prospettiva sconvolgente; quella di Jamie Miller, un ragazzo di soli 13 anni, incapace di cogliere fino in fondo la brutalità del suo gesto e le radici culturali che lo hanno portato a compierlo.
Il protagonista cresce in un ambiente segnato da una violenza silenziosa, trasmessa di padre in figlio, in una spirale che culmina nell’atto estremo dell’uccisione di una coetanea. La violenza, in questo caso, non è solo familiare, ma si intreccia con la cultura Incel; un movimento che unisce uomini convinti di essere discriminati dalle donne, alimentando un odio che si diffonde online e sfocia poi nel mondo reale.
Ma Adolescence è l’ennesima Serie TV di cui ci dimenticheremo presto? Purtroppo, e per fortuna, no. Perché rappresenta molto bene le radici della violenza contro le donne e dovremmo fermarci a riflettere su questo. Se siamo in grado di riconoscere le radici della violenza, anche nel linguaggio e nei comportamenti quotidiani, possiamo fare il primo passo verso un cambiamento sociale concreto.
Adolescence non è solo una serie da guardare, è una chiamata all’azione. La violenza contro le donne è un problema sistemico, radicato nella nostra cultura e nelle nostre abitudini quotidiane. Se vogliamo davvero cambiare le cose, dobbiamo smettere di essere spettatori e diventare parte attiva di un cambiamento sociale.
Riconoscere la violenza per fermarla
Affrontare un tema così complesso e delicato è necessario. La violenza di genere non può essere relegata a una singola giornata commemorativa il 25 novembre: dobbiamo parlarne sempre, perché riguarda tutti e tutte, ogni giorno. Adolescence ci mette davanti a una realtà evidente, che spesso scegliamo di non vedere né ascoltare: il linguaggio cambia tra generazioni e tra spazi digitali e fisici, ma il risultato è lo stesso—la fine della vita di una donna o il suo annientamento sotto ogni aspetto.
La violenza non è solo fisica. È anche psicologica, sessuale, economica, e può manifestarsi sotto forma di stalking. Eppure, se non siamo in grado di riconoscere una vittima o ammettere che noi stesse lo siamo, possiamo almeno imparare a riconoscere chi la esercita? E chi la esercita, può arrivare a prenderne consapevolezza o prevenire che sviluppi determinati comportamenti? La risposta è sì.
In Italia esistono centri dedicati al recupero di uomini maltrattanti, oltre a progetti di rieducazione per chi ha commesso violenza sulle donne. Il punto di partenza è chiaro: chi è violento spesso non si riconosce tale. Minimizza, incolpa la partner, giustifica le proprie azioni come reazioni all’esasperazione, a difficoltà economiche, scolastiche o allo stress sul lavoro.
I centri per uomini maltrattanti: una speranza di cambiamento
Riconoscere la propria violenza, comprendere le sue conseguenze e prendersi la responsabilità è un percorso difficile, ma possibile grazie al supporto di professionisti. La violenza non nasce quasi mai da una mente malata, bensì da una cultura che insegna agli uomini a dominare, controllare, decidere e sopraffare. I centri di recupero per uomini maltrattanti sono dedicati proprio a scardinare questi modelli di mascolinità tossica, per promuovere consapevolezza, uguaglianza e rispetto. Così come i centri antiviolenza aiutano le donne a riconoscere e affrontare le situazioni di violenza, anche i centri per uomini maltrattanti offrono l’opportunità di cambiare, superare la spirale violenta e intraprendere un percorso di consapevolezza oltre che di prevenzione.
Perché parlarne qui, su MagFem? Perché molto spesso un uomo, che sia partner o figlio, non si rende neanche conto di essere violento, soprattutto quando la violenza è sottile, quotidiana, normalizzata.
Quando si parla di violenza, è fondamentale riconoscere che anche le donne, purtroppo, non sempre sanno come interpretare i segnali di allarme. La cultura del “non disturbare” o del “non voler creare conflitti” spesso fa sì che si minimizzino atteggiamenti che nascondono dinamiche pericolose. Quelle frasi dette per scherzo, che però rivelano molto di più: il bisogno di controllo, il senso di superiorità, il desiderio di possesso. “Sono geloso perché ci tengo a te”, “Te li do io i soldi, di cosa hai bisogno?”, “Esci con le amiche e mi lasci solo?” – parole che possono sembrare innocue, ma che nascondono già i semi di una dinamica pericolosa.
Ogni donna può essere parte di un cambiamento. Non solo facendo il passo di chiedere aiuto quando ne ha bisogno, ma anche indirizzando chi le sta vicino verso il supporto giusto. Se riconoscete segnali di allarme nel vostro partner o nei vostri figli, potete guidarli verso un percorso di consapevolezza.
L’educazione alla consapevolezza è il primo passo per prevenire la violenza, e il rispetto si impara prima di tutto tra le mura di casa. Tuttavia, non sempre i genitori, le partner o il sistema scolastico hanno gli strumenti per insegnarlo nel modo giusto. “Adolescence” mostra proprio questa fragilità, di cui tutti—uomini e donne—dobbiamo prendere atto. Solo riconoscendola possiamo costruire un cambiamento reale e impedire che altre donne subiscano violenza.
La vostra compagna di viaggio,
MagFem